Giocare a poker è come essere in guerra.
I volti degli amici si fanno scuri, incazzati, impenetrabili. Ogni fallo del tuo avversario diventa il momento propizio per attaccarlo e ogni tuo fallo diventa il momento propizio per battere in ritirata e lasciare che sul campo a venire inghiottite siano solo poche fish.
Delle volte si è convinti fino allo svenimento che ormai quella partita è tua, ma basta una mano, una soltanto, per vedere crollare tutte quante le torri di fish schierate davanti ai tuoi occhi.
Ci sono volte in cui si perde con un poker di jack tra indice e pollice, ci sono volte in cui si può riuscire a vincere anche con una coppia di sette, ci sono volte in cui il bluff non affonda il colpo e si rimane come un bambino a cui hanno appena tolto il ciuccio di bocca, ci sono volte in cui la notte rende il tavolo magico e si riesce a percepire lungo le volute di fumo del posacenere il mistero della razionalità umana: e tutto ciò è maledettamente snervante, meraviglioso e adrenalinico al contempo.
Chi gioca a poker solo per i soldi è come quei vecchi che bevono vino solo per ubriacarsi senza apprezzarne il sapore.
Questo era un omaggio a noi quattro pokeristi delle notti di Laputa.